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Rubrica | Manfroi, this is life: "Sono nato trequartista, non ho mai perso l'abitudine di guardare avanti"

 21/11/2014 Letto 559 volte

Categoria:    Serie A
Autore:    Diomira Gattafoni
Società:    S.S. LAZIO





Dopo aver siglato la prima rete personale tinta di biancoceleste e, fattane una delle sue, dopo aver replicato a vantaggio del pareggio casalingo con il Pescara, nell'ultima gara in quel di Rieti, il Diamanti del calcio a 5 si fa sentire per un palo e tanto altro dimostrato in potenza e in atto. Per Felipe Manfroi, il momento di Rieti-Lazio è stata anche l'ora della prima volta contro il suo pupillo – come lui ex Martina - Caio Junior. Nella nuova solida realtà laziale, il sempre numero 10 continua tuttavia a conservare uno stralcio di sogno del Martina grazie alla presenza del bomber Paulinho e a quella del laterale Saul. In attesa di un riscatto in classifica ai danni della Luparense, Manfroi svela un po' di sé, andando alla radice del vizio di guardare sempre avanti.

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Felipe, in attesa di scrivere un giorno la tua biografia, ti chiedo di raccontarmi succintamente del tuo percorso sportivo che ti ha portato dove sei, nella massima serie italiana.
Sono arrivato in italia nel 2007 a Perugia, poi sono dovuto tornare in Brasile per sistemare i miei documenti per la cittadinanza italiana; passati sette mesi sono tornato a Polignano a mare per giocare in A2: sono rimasto due anni lì, poi sono andato a Molfetta dove sono rimasto un anno e mezzo e dove sono stato il capocannoniere della serie B con 44 reti e poi vice capocannoniere con 41 reti. A dicembre mi ha comprato il Martina, dove sono rimasto due anni e mezzo: abbiamo vinto la Serie B, il secondo anno abbiamo vinto l'A2 e nel terzo abbiamo fatto la Serie A. Penso che abbiamo fatto benissimo per essere stato quello il primo anno nella massima serie.

Sei il giocatore che si è fatto notare di più in occasione del Memorial Patriarca. La coppa andò al Kaos e lasciò qualche strascico di polemica. Per me sei stato il migliore - e lo scrissi anche allora - il Diamanti della situazione. Mi avevi così confermato che in Brasile ti eri adoperato come trequartista in una squadra di calcio a 11.
Quanto al trofeo Patriarca era il mio primo torneo ufficiale in serie A1! Sono riuscito a fare bene, penso che quando hai tanta voglia e umiltà – che serve in qualunque lavoro - riesci a essere competitivo in qualsiasi categoria. L'umiltà e la volontà sono la chiave di tutto. Sulla mia esperienza nel calcio a 11, sì giocavo da trequartista, mi piaceva tanto, ho giocato sempre in questo ruolo, mi piaceva solo attaccare, prendevo la palla e non volevo mai giocare indietro, guardavo sempre avanti, o facevo un passaggio a un compagno o provavo a dribblare l'avversario.

Quanto è rimasto del trequartista nel Manfroi approdato col suo numero 10 al nuovo porto della Città eterna?
Penso di aver portato con me questo “guardare avanti” tipico del trequartista anche nel calcio a 5: quando prendo palla guardo prima avanti e poi se non ho opzioni la do indietro, però la prima opzione è sempre guardare avanti! Per me il calcio a 5 è essenzialmente realizzazione e finalizzazione; è chiaro che servono pure la pazienza e il possesso ma sempre avendo di mira l'obiettivo. Adesso sono nella Lazio, una squadra top della Serie A: spero io stia facendo bene e spero di migliorare ogni giorno per arrivare sempre al massimo e chissà riuscire a vincere in futuro la Coppa Italia o lo Scudetto.

Non posso non chiederti quanto ti mancano i tuoi inseparabili Caio e Bocao: dalla stessa casa a tre squadre diverse...
Loro mi mancano! Abbiamo trascorso tre anni con Caio e uno con Bocao bellissimi. Ci sentiamo spesso. Spero di poter giocare ancora insieme a loro!

 

Diomira Gattafoni




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