Eleonora Salamon e l'Audace Verona, due destini che si uniscono: "E ora diremo la nostra"
Prima un ko di misura, poi due vittorie consecutive e una classifica addirittura a braccetto col CMB. L’Audace Verona è partita forte e Eleonora Salamon si gode un ritorno in rossonero dal sapore speciale: niente più scarpini, stavolta, ma un posto accanto a Marta Zanetti, da compagna di squadra a compagna di panchina, alla guida di un progetto che viaggia col vento in poppa.
“Sono stata la prima a consigliarle di buttarsi in questo ruolo e ancora oggi me lo riconosce. Con lei c’è un feeling assoluto, condividiamo idee e programmazione: cerchiamo di trasmettere le nozioni con leggerezza, che non significa superficialità. Alla base ci sono tantissimo rispetto e altrettanta determinazione. Le ragazze hanno fiducia in noi e noi ne abbiamo in loro. Ecco perché in campo si vede un gruppo che si aiuta”.
Quello che per Zanetti era già diventato un nuovo percorso, poco dopo si è trasformato in un’opportunità anche per Salamon. “Quando Betteghella mi ha chiamata, ho pensato poco ai dubbi e tanto al fatto che fosse un modo per reinventarmi. E così ho colto la palla al balzo”. Lo ha fatto per anni, tra calcio a 11 e calcio a 5 come difensore centrale, poi però il destino si è accanito. “Frattura della tibia, crociati e menischi rotti: ho subito otto operazioni, fino all’osteotomia di giugno 2025 che mi ha costretta a un anno e mezzo di riabilitazione”. È a quel punto che tutto è cambiato. “Gioco da quando avevo 8 anni, io sono il calcio, è parte della mia identità. Ma quando ho capito che non avrei più potuto viverlo come prima, ho dovuto trovare la forza di reagire e con il sì all’Audace è stato un po’ come chiudere un cerchio: una volta appesi gli scarpini al chiodo, continuavo a ricercare quelle emozioni che fuori dal campo difficilmente trovi. Volevo qualcosa che me ne restituisse almeno una parte. E quella chiamata per il ruolo di vice è stata sicuramente un segno”.
Una strada Eleonora l’avrebbe trovata in ogni caso, ma riuscirci in rossonero è stato l’optimum. “Qui ho vissuto due promozioni e alcuni degli anni più belli della mia carriera. Ultimamente abbiamo attraversato annate amare che non avremmo meritato per la precisione e il cuore che mettiamo in tutto quel che facciamo, ma quando ho visto l’Audace come una barca in mezzo alla tempesta, mi sono detta: chi meglio di me può capire cosa significhi risalire? L’Audace ha bisogno di rialzarsi e io, attraverso quello che ho vissuto, posso provare a essere un simbolo di rinascita”. Una storia personale che oggi è anche collettiva. “Siamo cresciute partita dopo partita e credo che si inizi a vedere una nostra identità. La prima sfida col TikiTaka è stata un banco di prova importante, in cui abbiamo difeso con solidità. Le partite successive hanno confermato che stavamo davvero costruendo qualcosa”.
Ora la pausa, poi l’Altamura per cercare di raccogliere ulteriori risposte. “Poterci preparare avendo due vittorie alle spalle aiuta sicuramente, ma guai ad adagiarci. A quel punto rischieremmo di diventare il peggior avversario di noi stesse. Non sarà una partita definitiva, ma può essere importante per indirizzare il nostro percorso”. E allora vietato nascondersi, pur mantenendo i piedi ben piantati a terra. “Fresca di corso da mental coach, dico che un obiettivo desiderato deve esserci, ma servono anche azioni concrete per raggiungerlo. Se vuoi ottenere qualcosa in più, devi avere il coraggio di puntare in alto. Con coraggio, rispetto e umiltà, ma non siamo più il fanalino di coda. Chi incontra l’Audace deve arrivare preparato all’appuntamento perché diremo la nostra”. Non più al centro della difesa, ma accanto a Zanetti ad assicurarsi che nessuno resti solo. “Per noi il gruppo viene prima di ogni cosa. Una piramide può essere alta soltanto quanto è larga la sua base. Qui siamo tutti ugualmente importanti”.
Foto: Maddalena Oldrizzi
Redazione C5 Live
Articoli correlati

